Nei luoghi dell'intimo Nei luoghi dell'intimo

Biografia

fabio salafiaFabio Salafia nasce nel 1979 a Grammichele, in provincia di Catania. La sua vocazione artistica è testimoniata dal percorso di studi, l’Istituto Regionale d’Arte “Raffaele Libertini” di Grammichele, dove consegue la maturità in Design Architettura e Arredamento, e l’Accademia delle Belle Arti di Catania, dove si laurea nella sezione Pittura nel 2004.
Fin dai primi lavori, si profila l’interesse fondamentale del pittore per il paesaggio, affrontato nel tempo con diverse tecniche, l’olio, il pastello, l’incisione, e indagato nella soggettività delle percezioni della natura, come essenziale traduzione d’una emozione. Le chiavi d’accesso all’universo pittorico di Salafia vanno infatti ricercate proprio nelle regioni stratificate dell’io, come comprova un ulteriore filone della ricerca dell’artista, votata al volto umano, all’espressività infinita dello sguardo; tale studio l’artista incrementa specie dopo l’approfondimento di maestri della tradizione quali Leonardo da Vinci, Charles Le Brun, Cartesio.

È un viaggio, quello di Fabio Salafia, che si propone quale meta ultima l’anima, il nucleo caldo delle cose naturali e delle cose dell’uomo, in un discorso stilistico finissimo, che percorre con sapiente equilibrismo il difficile confine tra figurazione e volontà d’astratto, con una tenace attenzione alle fascinazioni sprigionate dalla consapevole amministrazione della materia pittorica.

Il cursus espositivo comincia nel 2002 e si dispiega in seno a mostre collettive, oltre cento, nel territorio nazionale, quindi in una collana di personali, la cui prima, Equazioni visive, viene ospitata dalla Galleria degli Archi di Comiso ed illustrata da un catalogo, in cui la prefazione porta la prestigiosa firma di Piero Guccione.
Tra i numerosi riconoscimenti ottenuti negli anni, segnaliamo: 4ª Biennale Internazionale di Pittura, Premio Felice Casorati, Pavarolo (To); “Concorso internazionale di Pittura Giuseppe Gambino 2015”, Chiostro della Chiesa di Madonna dell’Orto;Venezia. Premio Nazionale delle Arti, edizione 2005; Museo degli Strumenti Musicali, Roma, 2006; 20x20, Galleria Beukers, Rotterdam (Olanda); 2004; 8ª edizione Prima Parete in Concerto, Complesso Le Ciminiere, Catania; Cantieri Culturali Zisa, Palermo; Il Cantico dei Cantici, Palazzo della Signoria, Jesi (An).2005; 2007 Premio terna 01, Roma (sez. online), 2007; Dell'amore, il canto; 2ª edizione La terra ha bisogno di uomini , Reggia di Caserta, 2009; 47ª biennale Mostra nazionale di pittura contemporanea, Santhià (Vc). Del 2010 è Aspetti di Arte astratta nella raccolta "Fiocchi", Palazzo Forte Malatesta, Ascoli Piceno, che ospita, assieme a Salafia, artisti del calibro di Accardi, Balla, Capogrossi, Calabria, Vespignani, Morlotti, Festa, Schifano, Fontana, Burri. Nel 2014 è stato invitato da Vittorio Sgarbi alla mostra itinerante “ Artisti di Sicilia”.
Tra le ulteriori opere, menzioniamo il polittico A San Sebastiano, realizzato su committenza per la Chiesa di San Sebastiano di Palagonia (CT), esitato nel 2007.

Tra le voci critiche che hanno scritto di Fabio Salafia citiamo Paolo Nifosì, Piero Guccione, Francesco Brancato, Armando Ginesi, Valentina Falcioni, Riccardo Passoni, Tiziana Rasà, Giuseppina Radice, Paolo Giansiracusa, Marco Di Capua, Sebastiano Gesù, Elisa Mandarà.

Per completezza di nota, si fa presente che Fabio Salafia è docente di Discipline Pittoriche, Disegno, Arti Visive, nella scuola pubblica . Negli anni ha insegnato nei Licei Artistici in diverse città: Mazara del Vallo, Enna, San Cataldo, Grammichele, Bagheria, Caltagirone, Milano. Già docente (dal 2010 al 2013) di Disegno, Incisione e Pittura presso l’Accademia di Belle Arti di Agrigento.

Mostre personali

2016

2015

  • Geografie del cuore, Castello di Donnafugata, Donnafugata Film Festival, Galleria degli Archi, Ragusa. A cura di Elisa Mandarà

2013

  • Secondo Natura, Palazzo Duchi di Santo Stefano, Fondazione Mazzullo, Taormina. Testi di Grazia Di Michele e Sebastiano Gesù. A cura di Giuseppe Morgana

2011

  • Movimenti della natura, Palazzo del Governo, Saloni della Prefettura, Enna. Testo Giuliana Perrotta. Il Prefetto

2010

2009

2007

2006

  • Equazioni visive, Galleria d'arte l'Acquario, Roma. Testi di Piero Guccione e Paolo Nifosì.
  • Equazioni visive, Associazione culturale Contrappunto, Grammichele(Ct). Testi di Piero Guccione e Paolo Nifosì.

2005

  • Equazioni visive, Galleria degli Archi, Comiso (Rg).Testi di Piero Guccione e Paolo Nifosì.

Mostre Collettive

2014-2015
Artisti di Sicilia, Castello Ursino, Catania. Museo Sant'Elia, Palermo. Ex Tonnara Florio, Favignana. A cura di Vittorio Sgarbi.

2013
Analisi e Sintesi, Spazio Urbano il Faro, Scoglitti (Vittoria).
Una città ideale?, Ex Monastero dei Benedettini Monreale (PA). A cura di Marilena Calcara.
Artisti a Confronto, Galleria L'Acquario, Roma.

2012
Dialoghi Contemporanei, Ex chiesa Annunziata, Gualtiero Sicaminò (Me). A cura di Giuseppe Filistad.
A Sud Arte contemporanea, Galleria Arte contemporanea, Realmonte (Ag).
Artisti per TribeArt, Palazzo della cultura, Catania.
Collezione Contemporanea, Ex chiesa Annunziata, Gualtiero Sicaminò (Me). A cura di Giuseppe Filistad.
Akasmunia, GAN/Galleria Civica Arte Moderna, Noto (SR).

2010
2ª edizione La terra ha bisogno di uomini , Reggia di Caserta.
Aspetti di Arte astratta nella raccolta "Fiocchi", Palazzo Forte Malatesta, Ascoli Piceno. A cura di Armando Ginesi.
100 Pittori a Taormina, Palazzo Duchi di Santo Stefano, Taormina (Me).
Quadreria dei poeti passanti. Da sancho Panza a don Chisciotte
, Galleria degli Archi, Comiso (Rg).
47ª biennale Mostra nazionale di pittura contemporanea, Auditorium di San Francesco, Santhià (Vc).
Nudi a Taormina, Palazzo Duchi di Santo Stefano, Taormina (Me).
El ingenioso hidalgo Don Chisciotte della Mancia, galleria La Calandra Arte contemporanea, Ispica (Rg).
6ª giornata del contemporaneo, Castello Ursino, Catania.
La sacralità del reale nell'arte contemporanea, XII Rassegna d'Arte,
Santuario S. Maria Maggiore del Piano, Grammichele (Ct). (Premiato).
Il ricordo di Pietro Palma, Vittoria (Rg).

2009
Guardando il volto di Artemide, Palazzo Iacono, Galleria degli Archi. Comiso (Rg).
La sacralità del reale nell'arte contemporanea, XII Rassegna d'Arte, Santuario S. Maria Maggiore del Piano, Grammichele (Ct).
Apparenti aspirazioni, Caruso Gallery, Milazzo (Me).

2008
Arte Sacra, chiesa di Santa Veneranda, Mazara del Vallo (Tp).
I girasoli del girasole, Vent'anni di Risvolti Culturali, Galleria d'Arte Moderna Le Ciminiere, Catania. A cura di Angelo Scandurra.
La sacralità del reale nell'arte contemporanea, XI Rassegna d'Arte, Santuario S. Maria Maggiore del Piano, Grammichele (Ct).
Artisti a confronto, Galleria L'Acquario, Roma.
Costa Iblea film Festival, Teatro Donnafugata, Ragusa Ibla.
30x30 Quadrato d'Arte. Ricordando Umberto Boccioni. Galleria Libra, Catania. A cura di Vitaldo Conte.
Premio terna 01, Roma. Sezione online. A cura di Gianluca Marziani.

2007
Artisti a Confronto, Galleria l'Acquario, Roma. A cura di Emilia Simona.
Cento Artisti intorno al giardino, Galleria degli Archi, Intorno al Giardino Café, Fondazione Bufalino, Comiso (Rg). A cura di Salvatore Schembari.
Caro Pan, Associazione Culturale Spazio Vitale In, Catania. A cura di Giuseppina Radice.
Apantè II, Mostra Internazionale d'Arte moderna e contemporanea, Palanaxos, Giardini Naxos (Me). A cura di Francesco Gallo.
Giovani Artisti a Confronto, Galleria l'Acquario, Roma.
La sacralità del reale nell'arte contemporanea, X Rassegna d'Arte, Santuario S. Maria Maggiore del Piano, Grammichele (Ct).
Artisti a confronto, Galleria l'Acquario, Roma.
Mostra d'Arte Contemporanea, Complesso Le Ciminiere, Catania. A cura di A.D.I. Onlus.
Dell'amore, il canto. Il Cantico dei Cantici (Dalla collezione di Serafino Fiocchi), Palazzo dei Convegni, Palazzo della Signoria, Jesi (An). A cura di Armando Ginesi e Vittorio Manganelli.

2006
Artisti a confronto, Galleria l'Acquario, Roma. A cura di Emilia Simona.
Verticalismo, la via del possibile, Mostra Internazionale d'Arte, Galleria d'Arte Moderna, Le Ciminiere, Catania.
CAF Catania Arte Fiera, Le Ciminiere, Catania. Galleria l'Acquario, Roma.
FAC Astratti fuori, Mammut, Catania.
D'Après, Galleria Lo Magno, Modica (Rg).
La sacralità del reale nell'arte contemporanea, IX Rassegna d'Arte, Santuario S. Maria Maggiore del Piano, Grammichele (Ct).
Confronto, Galleria l'Acquario, Roma.
I Segnali dell'Aurora, Nuova Generazione Artistca Catanese, Galleria d'Arte Moderna, Le Ciminiere, Catania.
A cura di Angelo Scandurra. Natalità, Castello Ursino, Catania.

2005
20x20, Galleria Repetto e Masucco, Acqui Terme (Al). A cura di Maurizio Sciaccaluga.
20x20, Galleria Beukers, Rotterdam (Olanda). A cura di Maurizio Sciaccaluca.
8ª edizione Prima Parete in Concerto, Complesso Le Ciminiere, Catania; Cantieri Culturali ZISA, Palermo. A cura di Rosario Genovese e Maria Schillaci.
2ª edizione Rassegna d'Arte Contemporanea Percorsi Etici, Complesso Le Ciminiere, Catania. A cura di Giuseppina Radice.
Pasquaetiope, Galleria degli Archi Comiso (Rg). A cura di Salvatore Schembari.
Il cinema dipinto, Cinema Lumiere, Ragusa.
Malia, Drome, Seregno (Mi). Testo di Vitaldo Conte.
Giovani Artisti a confronto, Galleria d'arte l'Acquario, Roma. A cura di Emilia Simona.
50 Artisti per Kaos - la magnifica visione, Castello di Donnafugata (Rg). A cura di Salvatore Schembari.
La sacralità del reale nell'arte contemporanea, VII Rassegna d'Arte, Santuario S. Maria Maggiore del Piano, Grammichele (Ct).
Premio Nazionale delle Arti, edizione 2005, Museo degli Strumenti Musicali, Roma. Testi di Letizia Moratti. A cura del Ministero dell'Istruzione, dell'Università e della Ricerca.

2004
Emergenti, Associazione Culturale Contrappunto, Grammichele (Ct). A cura di Turi Aquino.
4ª Biennale Internazionale di Pittura, premio Felice Casorati, Salone delle feste della scuola elementare, Pavarolo (To). Testi di Riccardo Passoni. A cura di Associazione Piemontese Arte. (Segnalato).
Mineo
, Bellezze da scoprire, Mineo (Ct). (Premiato).
Mostra Internazionale Arte Moderna Apantè, Picart studio d'arte, Treviglio (Bg).
La sacralità del reale nell'arte contemporanea, VI Rassegna d'Arte, Santuario S. Maria Maggiore del Piano, Grammichele (Ct).
Kaos: la magnifica visione, Galleria degli Archi Comiso (Rg); C.A.R. Bmw, Ragusa; Galleria Lo Magno, Modica (Rg). A cura di Salvatore Schembari.
Undodicesimo, Associazione Culturale Contrappunto Grammichele (Ct). A cura di Turi Aquino.
20x20, Galleria Ibiscus, Studio Nuova Figurazione, Ragusa. A cura di Maurizio Sciaccaluga.

2003
Giuseppe Marletta, 8ª Edizione Premio Pittura, Valverde (Ct). A cura di Angelo Scandurra.
Contemporanea, Arte Fiera, Forlì (Fc).
Sacro-Profano-Contemporaneo, Palazzo Nicolaci di Villadorata, Chiesa Montevergine Noto (Sr). A cura di Michele Romano.
La Sacralità del reale nell'Arte Contemporanea, V Rassegna d'Arte, Santuario S. Maria Maggiore del Piano, Grammichele (Ct). Galleria Arte Club, Catania.

2002
Mare Nostrum Identità Alterità, Grand Hotel Baia Verde, Catania. Testi di Marco Lorandi, Vitaldo Conte, Tommaso D'Amico, Rosa Bianco Finocchiaro, Federico Cicirata. A cura di Salvo Russo.
Dipingi il Barocco Militello, 8ª Edizione Premio Pittura, Militello (Ct),
(Premiato).

Geografie del cuore

Secondo Natura




L'arte è anche una via di fuga dalla realtà deteriorata; è l'ammonimento disperato di chi non vi si rassegna, e che trova ancora necessario recuperare – nel frastuono in cui siamo immersi quasi inesorabilmente – frammenti di verità e di bellezza.
Ho cercato di raccontarlo anche in un mio lavoro recente, attraverso la storia di Monet, che proprio negli anni più difficili della sua esistenza si rifugiò nel giardino di Giverny per fermare sulle tele – e in qualche modo salvare – la bellezza del mondo espressa nei rapporti di luce e di colore, nelle relazioni tra gli oggetti, nel colloquio muto tra fiori e esseri umani.
La natura che Fabio rappresenta è proprio questo "bene rifugio", quello che ci sosterrà quando non avremo più niente. È una natura che conquista immobile, che vince, anche se sembra sconfitta. Che grida, ma spesso è inascoltata. Che resiste. Immagini oniriche, sfocate, sottintese, ma evocate con chiarezza. Non occorre esplicitare i soggetti: a volte, ad esempio, come in "Paesaggio doppio", è solo una pennellata di colore a raccontare uno specchio d'acqua, unico interlocutore di una riva alberata. L'opera di Fabio mi ha emozionato subito. Come accadde la prima volta che mi sono imbattuta nei lavori di un suo conterraneo, Antonio Corpora, di cui – probabilmente – ha ammirato la libertà espressiva. Questi paesaggi indefiniti, invisibili e discreti, ma anche – in alcuni casi – fieri e decisi, tra nuvole di inquinamento che incombono sulla città e alberi orgogliosi di verde, raccontano – in maniera davvero potente – quel rapporto interrotto dell'uomo con il circostante. Da un punto di vista comune: quello della natura –

  • Grazia Di Michele

Movimenti della natura

Sono convinta che l'arte e la cultura abbiano un ruolo salvifico per l'uomo contemporaneo, sempre più alienato e condizionato dalla società consumistica, perché possono innescare processi di recupero di radici antiche e di valori immateriali, e possono aprire orizzonti inediti a chiunque. All'interno del programma ricco di eventi e vario nei contenuti, ideato, organizzato e messo in opera dalla Prefettura in questo anno, in cui ricorre il 150° Anniversario dell'Unità d'Italia, numerose sono state le iniziative dedicate all'arte e alla cultura. Ecco, allora, che in occasione del 2 giugno, Festa della Repubblica, l'arte entra nelle stanze antiche e austere della Prefettura con questa esposizione delle opere pittoriche di Fabio Salafia, giovane ma valente artista, i cui quadri trasmettono una forte carica emotiva e costituiscono dei veri e propri "paesaggi dell'anima".


Giuliana Perrotta
Prefetto della provincia di Enna

Nei Luoghi dell'intimo




La Galleria d'Arte "Luigi Cascio", consolidato centro espositivo di prestigio, annesso all'Istituto Liceo Artistico Regionale di Enna, inaugura la ricca e qualificata stagione espositiva 2010/2011 con la Mostra Personale di Fabio Salafia, Artista emergente nel panorama dell'arte italiana. Dall'umbelicus siciliae, urbs inexpugnabilis, Enna, vengono messe in mostra le interessanti opere pittoriche recenti di Salafia, dal titolo "Nei luoghi dell'intimo", dove la fantasia dell'artista di Grammichele, ben supportata da una valente abilità grafico-pittorica, spazia verso raffinati paesaggi fantastici e reali, con spettacolari orizzonti cromatici originali, opere che riescono a trasmetterci, sempre, dolci e sensibili emozioni. Una esposizione, questa, con specifiche finalità didattiche, sia per allievi che per docenti, che si allarga all'interesse non solo del territorio ennese e siciliano ma, anche, a studiosi e critici dell'arte europea contemporanea.


Alfredo Antonio Prado

La natura instabile

San Sebastiano

Equazioni visive

Chi dice arte dice poesia. Non c'è arte senza intenzione poetica. Il piacere provocato da un quadro è completamente diverso dal piacere di un'opera letteraria. C'è un tipo di emozione che appartiene solo alla pittura; nient'altro può darne l'idea. C'è un'impressione che nasce dall'armonia di colori, luci, ombre, ecc. la potremmo chiamare la musica del quadro. Prima ancora di sapere cosa il quadro rappresenti, entrate in una cattedrale e siete ancora troppo distanti dal quadro per vedere cosa rappresenti, e spesso siete conquistati da quel magico accordo; a volte sono le linee, con la loro grandiosità, hanno questo potere. È qui la vera superiorità della pittura sulle altre arti, perché questa emozione si rivolge alla parte più intima dell'anima. Muove sentimenti che le parole esprimono solo in un modo vago e che ognuno, seguendo la propria personalità, intende in modo diverso, mentre la pittura vi afferra direttamente. Come una maga potente essa vi fa salire sulle sue ali e vi trasporta in volo. Aggiunge allo spettacolo della natura un elemento di verifica e di scelta: l'anima del pittore, e il suo stile particolare.
Eugene Delacroix

Sono anfratti nascosti tra la verdura viva del giardino, mantecate caligini che s’allargano sopra distese di aria e acqua. Sono cromie fredde che dilatano malinconie lungo sentieri inventati sopra una prospettiva che onora il canone, divergendone con la personalità pittorica, sono mondi paralleli. Sono tripudi festosi di colore, dosati dinamicamente in una pittura d’azione, dove c’è la gamma floreale di nuance aperte e dove è contemperato il bitume definitivamente nero, punto di forza tra sinestesie e dissolvenze. Stilemi che toccano e fuggono tentazioni surrealiste e che sono sempre allusivi di geografie del cuore. Plaghe evanescenti tagliate dalla lama luministica centrale, che abbisognano del riconoscimento d’un orizzonte, verità visiva e al contempo puro pretesto di vero, che accontenta esigenze estetiche.
Nell’universo altro di Fabio Salafia il paesaggio si specchia nella sua doppiezza, in ambivalenze che sono comportate dalle infinite individuali percezioni della natura, in vedute che sollecitano intime inebriazioni, che conoscono un elegante tonalismo, in uno splendido estro spaziale e compositivo, che abbraccia la felicità edenica – talora inquietata da scure presenze alate – o che sa liquefare la veduta nella macchia polisemica.
Viaggia quale finissimo equilibrista tra figurazione e volontà d’astratto il sapiente discorso di Fabio Salafia, che dispiega la sua fervida ricerca su due direttrici essenziali, la sua personalissima visione del creato e l’elaborazione del quadro all’interno della materia pittorica, spingendo sulle sue potenzialità espressive in quanto colore e in quanto corpo.
In un percorso complesso, riconducibile alla pittura-pittura – si passi la formula – non deve sorprendere come le chiavi della lingua di Salafia vadano cercate nelle lande stratificate e magmatiche dell’io. Ogni sguardo dell’artista sulle cose comporta uno spostamento sensibile dal fenomeno alla sua soggettivazione, a una sorta di appropriazione del mondo, medium privilegiato l’emozione, da parte di Fabio Salafia, e in una sua immaginifica restituzione, sul tessuto prezioso dell’opera. E in una produzione dove assoluta regna la percezione e la specola speciale d’osservazione dell’individuo, situazioni di mistero per antonomasia, Salafia si muove con la perizia sicura di chi naviga in acque note, di chi abita una specifica dimensione con la volontà propria.
È una produzione dove stratificazioni e velature e fascinose nebulose catapultano sovente il temperamento irruento del pittore siciliano in atmosfere nordiche – ma di un Nord d’ambiente, che non accetta più precise coordinate toponomastiche –, una produzione che riesce ad offrirsi nella sua chiarezza coerente di progetto, in cui è contemplato, tra l’altro, anche il misurato spazio per la sfera emozionale. Poiché la forza speciale di Fabio Salafia risiede nelle suggestioni che riesce a muovere, nell’intelligenza che circola nel suo lavoro, nei frammenti di poesia che porta.
Paesaggismo, quanto si offre a un primo sguardo. E da una più distinta riconoscibilità degli scenari naturalistici muove l’itinerario dell’artista, che, nel tempo, scommette con intensità crescente su soluzioni formali che, pur restando legate a una intenzione di natura, affrontino la problematicità del nostro tempo, allontanandosi dalla figurazione tout court, per dare forza al segno e al gesto, al punto tale che l’energia del suo gesto e del suo segno diventa la struttura portante della sua opera.
Il suo paesaggio è dunque parafrasi di natura, è uno spazio verosimile concepito essenzialmente come luogo evocativo di regioni intime. È un guardare nuovo, che nulla ritiene del calco fotografico ai luoghi cari, amati nelle loro vibrazioni ctonie, sedimentati in un compendio caleidoscopico di immagini, introiettate dal cuore, quasi in autonomia dalla vista e profuse sulla tela, in spargimenti lirici e pittorici.
Non è estranea al cosmo di Fabio Salafia la matrice complessa delle poetiche dell’esistenzialismo secondonovecentesco. Anche se la misura altra alla quale addita l’artista scaturisce da uno slancio del sentimento, più che originare da una meditazione speculativa. Visita spazi e profili naturali, giardini e filari arborei, tante volte ieratici nella perfetta centralità dell’impaginazione, fisicità di luoghi e presenze ancora visibili o del tutto velate da dissolvenze, giocando assai seriamente col dinamismo di permanenza e assenza, non volendosi liberare completamente dell’eredità figurativa depositata nel suo dna di artista da secoli di tradizione, ma scommettendo massimamente sulla qualità della sua materia duttile. Fabio Salafia non abolisce mai i riferimenti al reale, intessuti da una fitta rete di analogie, ma essi coesistono all’esigenza fondamentale della pittura per la pittura.
Potremmo tracciare una nutrita costellazione di ascendenze e contiguità, nell’opera di Salafia, anzitutto sensibile alle indagini dell’Informale. Lo attesta l’elaborazione dell’olio sul quadro, assunto e trattato nelle sue qualità specifiche, visive e tattili; la materia satura completamente il quadro, divenendo in sé immanenza di luogo, stagliandosi dalla superficie in ictus compositivi che amano il grumo e la pasta alta, senza sterili compiacimenti, ma col senso equilibrato del ricercato accento, desiderato dalla composizione.
Potremmo collocare, tra gli antecedenti significativi del lavoro di Salafia, la Nuova Figurazione, per la tensione alla conciliazione delle istanze del realismo con un linguaggio pittorico contemporaneo e, per altri versi, la Nuova Pittura, anche per la concentrazione della ricerca sul colore, in quanto sostanza fenomenica della pittura, o per il controllo del gesto pittorico. O anche – parliamo qui di linee ideali – la tensione compositiva del gruppo CoBrA, quando Salafia, in brani importanti delle sue opere, pare fornire materia e linguaggio alle sollecitazioni profonde dell’io.
Il suo specifico appartiene però più propriamente a quel ritorno alla pittura che contrassegna il cosmo creativo di tanti artisti che operano negli anni Ottanta e il cui iter creativo perdura a oggi. Un parallelismo più visibile potremmo rintracciare rispetto alla cifra di pittori magistrali quali Anselm Kiefer, Peter Doig (un parallelismo tra Salafia e Doig era stato già lucidamente rilevato da Marco Di Capua), Howard Hodgkin, artisti tutti, i quali, salve le reciproche indipendenze, hanno cavalcato la linea di demarcazione tra astrazione e figurazione, dando voce prioritaria a situazioni emozionali, attraverso l’altezza di un discorso squisitamente pittorico.
Potremmo disegnare, è vero, una costellazione ricca di tangenze, avvicinare Fabio Salafia, per alcuni suoi tratti, ai maestri italiani primonovecenteschi, vedere nel mistero che evoca un notturno la traccia sedimentata del preziosismo di Klimt, coglierne un venato simbolismo. Preferiamo ricondurre la cifra di Fabio Salafia a quella intuizione che fa del suo indefesso artigianato un unicum, della sua modulazione della materia un segno e un significante tangibile della sua personalità, abile a fare di tre colori una cortina di cielo credibile, poeticissima, e della epidermide martoriata di un suo primissimo piano il riverbero esterno d’una sicilianità implicita, che pulsa nei battiti più privati d’un temperamento, prima che nelle solarità più aperte di colori e vedute. Preferiamo lasciarci rapire dalla densità del colore, del suo cangiantismo, dai felici accostamenti di tinte calde e tinte fredde e salutare questa nuova collezione dell’artista con le parole di Eugene Delacroix, in cui, immaginiamo, Fabio Salafia potrà trovare una propria verità: «La vera caratteristica del grande poeta, del grande pittore, insomma di ogni grande artista, non è solamente l’invenzione di un pensiero sorprendente, ma la sua realizzazione, la sua rappresentazione più energica. È la potenza immaginativa che concentra tutti i caratteri in un’idea, facendola esistere realmente come una creatura completa».

Elisa Mandarà

La natura come essenza

«L'importanza sia nel tuo sguardo, non nella cosa guardata.»
«Giacché il paesaggio non esiste se non via via che gli dà forma il nostro accostarvisi, e il paesaggio attorno, a poco a
poco, davanti al nostro incedere si dispone; e noi non vediamo al limitare dell'orizzonte, e anche vicino a noi è il succedersi
di una mutevole apparenza.»

André Gide

La pittura di Fabio Salafia è come una sintesi - dilatata, immobile - del linguaggio e delle tematiche tarkovskiane. Nella natura incantata, immersa nel luccichio dei campi d'inverno, nel brillio degli acquitrini stagnanti, nell'estatico rivolgere lo sguardo dalle finestre di casa al paesaggio che da sempre lo ha circondato, si rintracciano i legami profondi tra la sua arte pittorica e quella del poeta-cineasta russo.
I suoi quadri sono la manifestazione allegorica di un intimo, pervasivo impeto, che si rispecchia in un groppo inestricabile di immagini ambivalenti, delicate e abbaglianti, perturbative e rasserenanti. I boschi, le chiome degli alberi battute dal vento, le nuvole vaporose ed evanescenti, ma talvolta cariche di presagi di tempesta, gli stagni, i laghi, l'acqua sono temi visivamente ossessivi nell'opera di Tarkovskij e di Salafia, che rimandano alla tradizione mitologica slavo-russa delle rusalki. Il paesaggio russo nella pittura, particolarmente nell'Ottocento, quando diventa autonomo da canoni occidentali, è caratterizzato dalla presenza dell'acqua; l'acqua che si scioglie durante il disgelo della primavera, che ristagna a lungo nei prati, che gonfia i fiumi come una forza calma ma inarrestabile, che inonda la pianura. Significativa è, per esempio, la pittura di Isaak Levitan e di Grigorij Soroka. L'acqua, come icona, come liquido amniotico, fa parte di un intero sistema culturale. Stagni e paludi, fiumi tra i boschi. Il paesaggio come stato d'animo: un mondo in liquefazione, il desiderio di fuga come speculare al desiderio del ritorno, la nostalgia con le sue vibrazioni liriche, con la sua attenzione alle trasparenze, che si colgono nella pittura di Salafia ci riportano continuamente all'arte visiva di Tarkovskij. Come in Tarkovskij, il senso di sospensione e di mistero assumono perfette soluzioni visive. Il paesaggio di Salafia è come un'immagine riflessa, irreale, specchiata, virtuale e perciò interiore, mentale. Un modo assai moderno di guardare il mondo, la natura. C'è nelle sue opere un punto di vista unitario, senza motivi di forte affermazione nel sociale, di accenti senza clamori, che tende ad annullare le differenze tra diversi stili e la distanza tra passato e presente. In altre parole una pittura cosmica.

La sua è un'arte simbolistica, un mondo tattile e immaginifico, ricco nel contempo di elementi inquietanti e torbidi frammisti a certe delicate colorazioni e abitato da un soggetto poetico lieve e dolce. Per restare ancora in tema di rusalki, ci piace accostare l'arte del giovane Salafia alla musica della Rusalka di Antonin Dvorak. La partitura presenta alcune delle melodie del compositore ceco più belle e suggestive, dando a tutta l'opera la sensazione sognante di una fiaba, ma con un sottofondo inquietante che rende trascendente e tragico il dramma finale. Similmente lo sguardo di Salafia sul mondo si dibatte tra apocalisse e genesi, tra rigenerazione e annullamento.
La pittura di Salafia non è fatta solo di puro colore o di risonanze visuali perché ricca di forme astratte che hanno un loro motivo di essere e sembra protetta da un'atmosfera che la contraddistingue, sfidando ogni caduta nell'alveo della convenzione e della banalità. L'irruenza materica lascia facilmente il posto alla freschezza espressiva sposandosi con l'armonia della forma. Inoltre una messa a fuoco di particolari minimi abita il perimetro delle sue opere e costringe lo sguardo a muoversi al di fuori da ogni centralità. Sovente segni e colori tendono a squarciare lo spazio, a ferire il paesaggio. Le cromie, dolcemente stese, generano visioni di cieli e paesaggi di luce, ove si rintracciano netti e vividi solchi materici.
Per finire, un'attenzione particolare merita un elemento ricorrente nella pittura di Salafia: le nuvole. Impalpabili e volatili, ora cupe e minacciose nella loro immaterialità eterea e sfuggente; le nuvole che attraversano i cieli di Salafia sono da intendere simbolicamente - come volle Aristofane - come ciò che si frappone tra la terra e il cielo, laddove la terra siamo noi e il cielo la verità.
Le nuvole di Salafia, opache, oscure, incombenti, indolenti, maestose, silenziose vagano nel calmo cielo misterioso e insondabile, oscillando e vacillando in egual misura. Esse ci appaiono come le descrive Pessoa nel suo Libro dell'Inquietudine, fiocchi di cotone sporco o enormi matasse poderose, temporalesche, che paiono occupare il cielo intero, "uniche cose reali tra la nulla terra e il cielo inesistente", che rattristano per l'oscurità o rallegrano per la bianchezza.

Sebastiano Gesù

Per Fabio Salafia

La prima mostra personale di Fabio Salafia a Taormina giunge in un momento di grande fervore artistico e culturale che vede ancora una volta protagonista la Perla del Mediterraneo. Le celebrazioni per il centenario della nascita di Giuseppe Mazzullo - il grande scultore che ha creato la Fondazione che ospita l'evento - e la terza edizione di Taobuk - l' apprezzata manifestazione letteraria organizzata da Antonella Ferrara e Franco Di Mare – sono la testimonianza tangibile, ove ve ne fosse bisogno, che la sinergia tra Associazioni e Istituzioni può produrre eventi di pregevole qualità. L'intento di affiancare le varie discipline artistiche, proponendo al pubblico non soltanto un autorevole programma - interessante ed articolato - ma anche una variegata prospettiva di fruizione, fa parte di un progetto più ampio che mira ad accreditare Taormina come Capitale della Conoscenza e della Bellezza. Le opere in mostra, frutto della produzione recente dell'artista, nascono dall'intima "vocazione alla bellezza" di Salafia, che non intende rappresentare la realtà né alludere ad essa per via di astrazione; la sua è "soltanto" una ricerca dell'Anima. Frammento dell'Infinito e sublimazione della Natura.

Nei luoghi dell'intimo

Fabio Salafia dipinge l'aria tersa dell'aurora e la luce morbida che attraversa i sentieri boschivi e gli ampi acquitrini delle polle sorgive, dipinge l'acqua che gronda dai rami degli alberi quando a primavera il cielo riapre lo scenario limpido dell'infinito sulle forme tornite della terra.
Con pennellate veloci, dal tratto gestuale, costruisce traiettorie impossibili, insinuandosi come il vento in ogni anfratto, nelle ferite della materia rocciosa, tra le chiome scomposte degli alberi che si mischiano alle nuvole soffici, nelle tessiture dei campi di grano maturo.
Il colore, accompagnato da una luce che rivela gli equilibri tra lo spazio e le forme, sembra depositato dallo Zefiro con il suo carico di polline impalpabile. Si potrebbe dire che l'artista dipinga alitando sui supporti telari, lasciando al tatto, ora vellutato ora nervoso, la possibilità di tornire i volumi.
In ogni pennellata c'è tutto e niente. C'è il mondo della visione pura e allo stesso tempo il profumo dell'astrazione. La pittura di Fabio Salafia occupa quella zona del pensiero contemporaneo che, senza il concorso del fruitore, considera incompleta la creatività artistica. Da sempre, d'altra parte, il pubblico ha avuto un ruolo determinate nel destino di un'opera d'arte e a maggior ragione oggi, tempo in cui i temi trattati attraversano tutti i campi dell'impegno umano e investono tutti i luoghi del pensiero e della conoscenza.
In certe campiture, dove la riconoscibilità dei contesti è legata all'esperienza soggettiva, il mondo primordiale delle origini, selvaggio e scomposto, si incontra con le forme sensuali dell'umanità nuova. Il fuoco dell'inizio e le regole del tempo si intersecano in una trama di bagliori violenti e di germogli delicati, di macchie e di spruzzi, di visioni oniriche che mettono insieme il caos della creazione e il bisogno tutto umano di trovare conforto e solidarietà nell'ombra tra i rami, nel riparo fiorito oltre la siepe fitta.
Tra le sue affinità elettive si possono facilmente riconoscere Giuseppe Turner e Piero Guccione ma, probabilmente, il punto di partenza della sua ricerca è rappresentato dalla Tempesta di Giorgione, dalle profondità lunari di Leonardo, dal travaglio delle stagioni di Pieter Bruegel il Vecchio e dal paesaggio surreale di Hieronymus Bosch.
Quello di Salafia è un mondo estremo, ai limiti della comprensibilità e della riconoscibilità. I suoi paesaggi appartengono ai luoghi dell'intimo, ai verdi dell'anima, agli azzurri del sogno, ai gialli solari della fantasia.

Nell'intimo, come si sa, non ci sono preconcetti, non sussistono regole prestabilite. Tutto si muove e si sviluppa ora come l'onda incontenibile di una tempesta, ora come la fiammella delicata di un sentimento segreto. È per tale ragione che i suoi non sono paesaggi della visione ma della passione, non sono alberi del paesaggio naturale ma nuvole verdi di un sogno intimo.
La sua aurora di luce tra i convolvoli del cielo, come il suo tramonto sulla brughiera di ginestre e mirto, sono stati dell'anima, stagioni dell'intimo, sentimenti profondi di un pittore che racconta gli equilibri della materia tangibile attraverso l'orditura dello spirito.

Paolo Giansiracusa
Ordinario di Storia dell'Arte
all'Accademia di Belle Arti di Catania

La natura instabile

Per coloro che sono immersi fino al collo nella cosiddetta cultura contemporanea o semplicemente nella vita attuale natura grosso modo è: un dibattito sugli embrioni, un atollo per le vacanze, un documentario in televisione... E benché dai lirici greci agli impressionisti, tutti avessero guardato gli immobili gesti e la vera presenza di un albero al vento, già nel secolo scorso ciò risultò meno spontaneo (rami? chiome? sapevano di kitsch) e si pensò di agguantare la natura e i suoi emblemi alla radice, sul fondo che l'aveva generata, equiparando il crearsi di un'immagine dipinta al crescere stesso di una pianta, la sostanza liquida di olii e trementina a quella della linfa... Identiche le linee di scorrimento, simili i frutti. Chiamatela comunque come vi pare, ma la natura ha continuato ad assediare il mondo delle arti, tanto che il '900 si aprì con la montagna di Paul Cézanne e si chiuse con quelle, nere e rosse e blu, di Anish Kapoor.
Se sulle loro cime si fossero, oppure no, rifugiati per l'ultima volta gli dèi non lo sappiamo. Però che emblemi per il secolo della tecnica! Che quinte!
Contempla alberi e montagne anche un giovane pittore targato 2000 come Fabio Salafia, e lui sa bene come la loro immagine non gli si stampi sulla retina arrivando da un mondo esterno e intatto ma affiori, come una meraviglia remota e indolente, da dentro il cuore del quadro. L'attualità contromano di questi lavori è confermata dal fatto che essi stanno in un certo rapporto con quelli di chi considero uno dei più grandi pittori viventi, Peter Doig.
Natura, per Fabio, è un moto di energia, la spettacolare rottura di un equilibrio, una stratificata pulsazione di superfici, un battito, una linea che attraversa veloce il quadro, il tracciato di un infarto che riga il corpo del mondo... Osservate i suoi paesaggi, i suoi boschi, le cime degli alberi forate dal cielo: è come se una specie di estasi solitaria li percorresse, inducendo anche noi a ricordare ("dove ho visto una scena così? in quale sogno?")... Del codice miniato della natura ci restano i frammenti. Dell'Eden perduto questo residuo, questa memoria incerta e folgorante.

Marco Di Capua

 

San Sebastiano

"Proteggimi, o Dio: in te mi rifugio.
Io pongo sempre innanzi a me il Signore,
sta alla mia destra, non posso vacillare.
Di questo gioisce il mio cuore,
esulta la mia anima;
anche il mio corpo riposa al sicuro" (Salmo 15)

L'opera del giovane artista Fabio Salafia, nato a Grammichele nel novembre del '79 dove ha maturato la sua vocazione artistica, prima di perfezionarsi presso l'Accademia delle Belle Arti di Catania nella sezione di pittura, e prima di dare corso a tutta una serie di mostre ed esposizioni sia personali sia collettive, è ricca e suggestiva nel suo complesso come anche nei suoi particolari.
Ci racconta in immagini il momento ultimo del sacrificio della vita di San Sebastiano, figura di martire molto cara alla Chiesa che sin dall'antichità gli ha tributato culto e devozione.
Sebastiano, guardia pretoriana dell'impero romano, fu martirizzato sotto Diocleziano perché attraverso la sua opera missionaria condusse alla fede molte famiglie nobili e diversi prigionieri. Secondo la tradizione venne condannato a morte e quindi legato con una corda ad un palo per essere trafitto da frecce. La sua morte, comunque, sopraggiunse solo in un secondo momento, quando il suo corpo venne flagellato e bastonato crudelmente per poi essere gettato lì dove nessun cristiano avrebbe potuto recuperarlo per dargli degna sepoltura; segno, questo, del disprezzo provato dai suoi carnefici e dai loro mandanti, per la fede nella risurrezione che aveva sorretto il Santo nell'affrontare il supplizio.
Le notizie più certe sul suo martirio si ricavano dalla Depositio martyrum del 354, ma anche dalla Passio S. Sebastiani del V sec. ove è pure possibile rintracciare un racconto romanzato della sua vita. L'arte, poi, nel corso dei secoli lo ha descritto principalmente secondo due varianti: armato e vestito da cavaliere, oppure nudo, legato ad una colonna e colpito da frecce. A partire dal Medioevo prevarrà decisamente questa seconda versione quasi nell'intento di presentarlo come un parallelo cristiano degli eroi greci, e si assisterà alla moltiplicazione vertiginosa delle sue raffigurazioni da parte dei maggiori protagonisti della storia dell'arte: da Piero della Francesca a Botticelli, da Giovanni Bellini ad Antonello da Messina e al Mantegna, da Tiziano al Guercino, al Veronese e a Luca Giordano, per non dimenticare Michelangelo, il quale lo raffigura nel Giudizio Universale della Cappella Sistina, e Rubens il quale lo effigia come attorniato da angeli intenti a recargli conforto per le sue sofferenze.
Il San Sebastiano di Salafia si pone naturalmente sulla lunga e articolata scia di artisti che lo hanno preceduto e che hanno consacrato le principali note iconografiche legate alla sua illustrazione, anche se interpreta la tradizione in maniera assai originale e personale.
La bellezza espressa dalla figura arcuata del Santo, che occupa quasi per intero la superficie della tavola e che assume una postura dinamica e protesa verso il cielo, sensazione accentuata dalla posizione del capo reclinato all'indietro in una sorta di abbandono estatico nelle mani del Padre, nonché dall'arco che è posto alle sue spalle, abbraccia infatti l'umanità in tutte le sue dimensioni, anche nei suoi limiti e nel suo dolore, senza nulla negare, escludere o falsare, superando così l'estetica greca, fondata sul concetto di armonia delle parti, in cui ogni contraddizione simbolica è rifiutata, elusa, ricomposta; è scartata a favore di una placida armonia scevra da frizioni e attriti. La bellezza espressa dalla figura sacra di San Sebastiano, invece, ci permette di fare una diversa esperienza del bello che ora acquista profondità, e ci consente di cogliere la realtà nella sua pienezza, nella sua dimensione chiaroscurale.
Tutto si raccoglie nella bellezza del corpo di San Sebastiano. Un corpo la cui grazia non è celata dalla sofferenza e dallo spasimo causato dalla violenza dei colpi. Un corpo che non rimane certo impassibile, ma neppure sopraffatto dal dolore e dalla sofferenza, terribile ma non per questo vittoriosa e obnubilante, accecante. Un corpo che sembra perfino trasfigurato dal dolore, perché il suo è un dolore vissuto e accolto per amore, nella compagnia di Cristo, del suo dolore e del dono della sua vita. «Se hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi» (Gv 15,20), aveva detto infatti Gesù ai suoi discepoli. A loro aveva anche detto: «Non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo, ma non hanno potere di uccidere l'anima» (Mt 10,28). Il corpo di San Sebastiano sembra testimoniare la verità di queste parole. Nel corpo sfigurato e trasfigurato del testimone della fede appare l'autentica ed estrema bellezza: la bellezza dell'amore che arriva sino alla fine, e che per questo si rivela più forte della menzogna, della violenza e della stessa morte. Si rivela quella bellezza che salva il mondo dalle brutture della corruzione e del peccato. Tutto ciò è bene espresso nel San Sebastiano di Salafia, che nell'incanto del corpo non cela finanche i duri colpi della morte e la crudeltà dei carnefici. Il corpo martoriato del Santo, infatti, è sì quasi sopraffatto dalla ferocia dell'uomo, ma è più di ogni altra cosa confessione della vita che è più tenace della morte, della speranza che dirada le cupe ombre del dubbio. È un corpo la cui postura dice perfetta conformità al suo martirio: il martirio non è per San Sebastiano un evento esteriore, ma è il dono della sua stessa vita, il vertice della sua offerta a Dio nell'amore, e ai fratelli nel perdono. Un corpo che aspira tuttavia alla perfetta redenzione, che è proteso verso il cielo.
Anche il volto ne è una testimonianza. Mostra l'estrema agonia del Santo che vive propriamente tra la lotta e l'abbandono. Sul suo volto, infatti, la forza del contrasto tra la luce e le ombre, accentua la smorfia che ci dice lotta, sofferenza. Ma anche riposo, confidenza, pace. Il suo corpo è preghiera. Le sue stesse mani legate sembrano poste in atteggiamento orante, di invocazione, di totale confidenza in Dio: «Guardate a lui e sarete raggianti, non saranno confusi i vostri volti» (Salmo 33).
Un volto attraversato da ombre e illuminato dalla luce, il cui messaggio è ripreso e riproposto anche nell'intenso notturno che l'artista ha voluto rappresentare nelle tre predelle rettangolari poste a lato del dipinto centrale, in cui il dramma esistenziale del Santo ci viene rivelato come dramma pasquale. Qui le tenebre sono sconfitte dalla luce, e anche nell'oscurità più fitta brilla il raggio della risurrezione di Cristo e la speranza riaccende nei cuori la certezza che Dio non dimentica e non abbandona i suoi fedeli nei lacci della morte, ma perfino nella notte del male fa risplendere il suo volto, squarcia il buio più fitto e lascia intravedere l'aurora del mondo nuovo.
Il rosso dei notturni ci rimanda idealmente alla colonna di fuoco che accompagnava il popolo di Dio nel suo cammino nel deserto. Un'esperienza difficile, drammatica, dura, ma sopra ogni cosa rivelatrice della presenza reale, e sovente silenziosa, del Deus absconditus. Quel Dio che San Sebastiano sembra cercare e invocare nello strazio sereno e riconciliato degli ultimi istanti della sua esistenza terrena. Ci rimanda ancora più direttamente al fuoco dello Spirito, consolatore perfetto, luce beatissima senza la cui forza nulla è nell'uomo, nulla senza colpa. Lo Spirito che accompagna i testimoni della fede nel loro martirio sino all'effusione del sangue.
Di fronte alla figura dolente e serena di San Sebastiano, rafforzato dalla consolazione dello Spirito, sembra quasi svanire il tentativo di vestire l'accettazione del dolore e della morte con l'ardente abito eroico o il mantello di un sereno e fiducioso abbandono nelle mani della provvidenza. Un abbandono dimentico di tutto lo squallore e la tristezza racchiusi nella sofferenza dell'innocente e ancora più nella sua morte. L'accettazione del martirio, invece, è per San Sebastiano perfetta solo nell'angoscia e nella notte oscura della fede.

La sua pacifica accettazione apriori sarebbe solo un autoinganno. La sua serenità, piuttosto, è tutta racchiusa nella verità proclamata dalla voce udita dal veggente dell'Apocalisse: «Ma essi lo hanno vinto per mezzo del sangue dell'Agnello e grazie alla testimonianza del loro martirio; poiché hanno disprezzato la vita fino a morire» (12,11): qui, infatti, viene proclamata la vittoria dei Santi che seguono il destino dell'Agnello il cui amore, come un fuoco, continua ad ardere in loro. È contenuta altresì nelle parole rivolte da Gesù ai suoi discepoli: «Chi ama la sua vita la perde e chi odia la sua vita in questo mondo, la conserverà per la vita eterna» (Gv 12,25). I Santi, in verità, anche nei tormenti, hanno già conservato la vita nella vita eterna e trasfigurata del loro Signore, hanno raccolto lì quel tesoro prezioso che nulla e nessuno potrà mai saccheggiare e distruggere.
Altri dettagli che l'artista ha voluto evidenziare, ci permettono, poi, di penetrare ancora più profondamente nell'animo di San Sebastiano, nell'abisso del suo dolore e della sua offerta, nella sua dolorosa esperienza del martirio. L'asse a cui egli è legato, e che l'artista ha voluto raffigurare quasi etereo, sfuggente, non è tanto ciò che lo costringe nello spazio angusto del mondo, ciò che lo incatena alla terra, ma con la sua verticalità è segno eloquente della sua assoluta tensione verso quella Gerusalemme promessa in cui sarà resa giustizia ai servi fedeli del Signore, a coloro che hanno attraversato la grande tribolazione, hanno combattuto la buona battaglia ed hanno conservato la fede, ed ora non attendono altro se non la perfetta rivelazione della potenza del Risorto. San Sebastiano appare così legato perfettamente e definitivamente alla volontà di Dio, al suo imperscrutabile disegno di salvezza che non segue le vie degli uomini, ma sentieri spesso sconosciuti, stranieri, e in questa volontà incontra la vera pace.
Il contrasto forte e allo stesso tempo mite tra il fascio di luce che attraversa da destra a sinistra e dall'alto verso il basso l'intera figura del Santo, si scontra e si riconcilia anche con le ombre prodotte dal suo capo reclinato all'indietro e dalle braccia levate verso il cielo, costrette, ma anche libere. Un cono di luce che non vuole spezzare e annullare le ombre, né intende semplicemente sostituirsi ad esse, ma desidera solamente rischiararle, redimerle dalla loro cupa, assoluta e mortifera affermazione. Aspira, cioè, a dare senso al mistero del dolore, vuole essere quasi una risposta non gridata, ma suggerita, sussurrata, forse in-evidente, al mistero della sofferenza del giusto, al male affrontato per amore, al sacrificio vissuto non per disprezzo della vita, né per esibire virtù eroiche, ma solamente per dire ciò che altrimenti resterebbe in-dicibile, impronunciabile: l'amore confidente in Dio. Un amore che raggiunge anche il dono della vita.

Ecco perché sul volto del Santo è possibile leggere simultaneamente, in un contrasto rappacificato e irrisolto insieme, la consegna e lo strazio, la serenità e la sofferenza, la lotta e la passione, la vita e la morte. Anche le tenebre più oscure sono fecondate dalla luce di una speranza che non smentisce il dolore della morte e l'orrore dell'ingiustizia, ma squarcia il cielo per dischiudere orizzonti divini in cui ogni lacrima viene asciugata, fugata ogni tenebra.
Infine, anche gli altri quattro quadri laterali ci permettono di vedere distintamente dei particolari del Santo mediante il variare della prospettiva, ruotando attorno al suo corpo, quasi a voler cogliere in tutto il suo spessore il dramma esistenziale da lui vissuto, il suo totale coinvolgimento fisico, emotivo e spirituale nel martirio.
Nel San Sebastiano dipinto da Salafia, è perciò possibile leggere l'esperienza di ogni uomo posto di fronte al mistero della sofferenza e della morte. Le sue molte facce e i suoi volti cangianti. Ma prima ancora chiamato a vivere quotidianamente la propria esistenza forse non sempre sorretto dalla luce abbagliante del Tabor, ma certamente guidato dalla tenue, timida, discreta, ma anche assolutamente vera e profondamente sincera luce pasquale annunciata già sul Calvario: «Il nostro aiuto è nel nome del Signore che ha fatto cielo e terra» (Salmo 123).

Francesco Brancato

Fabio Salafia è un giovane pittore nato in un paese bello e civile di nome Grammichele. Ha l'Accademia di Belle Arti di Catania alle spalle oltre ad un buon numero di quadri che testimoniano il suo lavorìo e la sua determinazione nel dare un senso guardando — con lo stupore che si legge nei suoi occhi — le cose del mondo o quel che intorno gli accade. Proviene da una famiglia artigiana e proprio per questo forse le sue elaborazioni ne conservano la puntigliosità esecutiva. Tuttavia penso alla difficoltà dei giovani (queste ultime generazioni in particolare) di orientarsi, di trovare riferimenti soprattutto nell'ordine di una certa tradizione che vogliamo definire una tradizione di classicità. E sarà anche per questo vuoto di referenze che Fabio sovente abbonda nell'uso di "bitume" spalmato su immagini a base fotografica con risultati espressivi o addirittura espressionistici come possibile urlo verso una ambigua modernità. Auguri Fabio!

Piero Guccione

Indagini sul volto

Noto spesso che in molti giovani artisti di cui ho modo di vedere le opere, la prima esigenza è quella di trovare riferimenti, di andare alla ricerca di una legittimazione pittorica nei classici. Mi piacerebbe capirne di più le ragioni. Una prima spiegazione è intrinseca alla pittura. Riferirsi ai classici, riattraversarli, è un modo di impossessarsi dei mezzi, delle composizioni, di quanto è attinente alla forma, anche perché, in un contesto così variegato di proposte che vanno spesso oltre la pittura, rifarsi ai grandi pittori del passato è una necessaria àncora consolatoria. Questo, però, non basta a spiegare. Si avverte la necessità di trovare una strada anche tematica, direi iconologia nel senso pieno del termine, la necessità di poter dire qualcosa sulla vita, sull'esistenza sulla base di un dato antropologico, di quanto è in certo qual modo immutato nel fare arte, nel rispecchiare la realtà che includa contestualmente la visività e la pulsione, i frammenti di quanto visto e il magma misterioso che è dentro ognuno di noi. L'icona del volto, del proprio volto può essere un buon inizio: il volto è l'immagine più forte, più espressiva; può essere letto e riletto, aggredito, trasformato, lacerato e ricostruito; è l'immagine della seduzione, della paura, dell'angoscia, della dolcezza, dell'ironia. Gli autoritratti sono una sorta di autoanalisi, un modo di rimettersi in discussione. Le indagini, le mostre sul volto si sono intensificate in questi ultimi decenni, anche in relazione alle attenzioni che hanno avuto alcuni grandi artisti, da Bacon a Wharol a Freud, e, se vogliamo andare più indietro, a Picasso e a Munch. Forse oggi è un modo per superare in pittura l'estremo limite del materismo e dell'astrattismo, dove la visività si era dissolta nei suoi elementi primari. La pittura, in questi ultimi anni, vuole riappropriarsi del suo statuto superando l'identità mezzo-fine. Il segno e il colore non sono contenuto di per sè stessi sostenibili all'infinito. Debbono cominciare di nuovo a narrare l'alterità. Queste considerazioni traggono spunto dalle opere di Fabio Salafia, che, dopo avere dipinto paesaggi notturni, nell'ultimo periodo si è concentrato sul ritratto che emerge, che appare dal buio, dall'ombra, come era avvenuto in Caravaggio e in Rembrandt, in sequenze che hanno come supporto la fotografia e che affidano alla luce il mettere in evidenza solo alcune parti, dagli occhi alle guance, al mento, alle tempie, alle labbra, in una sorta di interrogazione di se stessi, di autoriconoscimento che per certi versi è narcisistico, come è giusto che sia a 25 anni, per altri è di compiaciuta conquista di uno spazio relazionale, di una consapevole forza come prestanza fisica e psicologica da comunicare.

La sicura affermazione del sè consente anche la possibilità ironica della deformazione, mediante interventi più o meno accentuati di colori, striature, graffi, mediante un colore raggrumato, denso, corposo, dato a macchie o a traiettorie rapide, a voler determinare sulla superficie tensioni e conflitti dentro spazi bui. L'immagine, in alcuni casi, è riconoscibile, con la possibilità di individuare nel volto lo stato d'animo, in altri casi no, rimanendo solo la sagoma, come può essere in alcune opere di De Chirico, o la tragica smorfia dolorosa di Bacon, o ancora le deformazioni che attraversano la pittura di tanti espressionisti di fine Ottocento e di primo Novecento. Pittura di introspezione quella di Salafia, di un continuo guardarsi dentro e di un chiedere aiuto diretto e indiretto ai pittori storici, vuoi con l'interpretazione di S. Matteo e L'angelo di Caravaggio, o del Bacio di Hayez, o di opere di Rembrandt o di Hopper, vuoi ripercorrendo la genesi formale dell'asse espressionista nelle varie declinazioni che vanno dal tragico all'ironico, al ludico.

Paolo Nifosì

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